A Corigliano-Rossano l’incubo dell’estate è il Vermocane

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CORIGLIANO ROSSANO- Dimenticate i vecchi e rassicuranti bagni nello Ionio senza pensieri. Da qualche tempo, lungo il litorale di Corigliano-Rossano e su tutta la costa cosentina, c’è un nuovo, sgraditissimo padrone di casa che sta monopolizzando le bacheche social a colpi di video shock e foto ravvicinate. Si chiama Hermodice carunculata, ma per gli amici (si fa per dire) è semplicemente il vermocane, o verme di fuoco. E no, non è una specie aliena venuta da chissà dove: questa creatura è nata e cresciuta nel Mediterraneo. La vera anomalia è che, fino a pochi anni fa, incontrarne uno a riva era un evento più unico che raro, roba da sub d’alta profondità. Oggi, invece, te lo ritrovi praticamente tra i piedi mentre passeggi sul bagnasciuga, con i profili social locali che ormai sembrano un bollettino di guerra balneare.

Colpa del mare “effetto tropici”

Cosa è andato storto? La risposta è semplice e scotta come l’acqua del nostro mare: il riscaldamento globale. Il vermocane è un animale termofilo, il che significa che più fa caldo, più si gasa. E dato che il Mar Ionio si sta scaldando a una velocità spaventosa – in quella deriva climatica che gli scienziati chiamano senza troppi giri di parole “tropicalizzazione del Mediterraneo” – questo verme ha trovato l’America. Le estati torride e le ondate di calore infinite sono diventate il carburante per una riproduzione di massa senza precedenti. Risultato? I vermocane si moltiplicano a ritmi folli e hanno abbandonato i loro vecchi rifugi per invadere i fondali bassi, le praterie di Posidonia e, come testimoniano i bagnanti terrorizzati sui social, i primissimi centimetri d’acqua a riva.

Reti saccheggiate: la disperazione dei pescatori

Se per chi va in spiaggia il verme di fuoco è un incubo visivo e un rischio fastidioso, per i pescatori artigianali di Corigliano-Rossano è una vera e propria mazzata economica. Parliamo di un predatore carnivoro, famelico e senza il minimo briciolo di timidezza. Non appena un pesce finisce intrappolato nelle reti o negli ami dei palangari, i vermocane fiutano la preda e partono all’assalto in branco. Quando i pescatori tirano su le attrezzature, lo spettacolo è desolante: triglie, scorfani, saraghi e orate pregiate vengono letteralmente scarnificati, lasciando in mano ai marinai solo lische pulite e inutilizzabili per il mercato. Le perdite denunciate nello Ionio superano ormai il trenta per cento del pescato giornaliero. Come se non bastasse, le reti rimangono infestate da decine di questi bestioni pelosi, costringendo i pescatori a turni di pulizia infernali e pericolosi.

Il “bacio” del verme di fuoco: cosa fare se ti punge

Sia chiaro: il vermocane non vi darà la caccia e non vi salterà addosso per attaccarvi. Il problema sorge quando lo si calpesta per sbaglio o lo si tocca sbadatamente tra gli scogli. Quel mantello di setole bianche che lo ricopre non è per bellezza: sono aghetti di silicio, fragili come schegge di vetro e carichi di una tossina urticante micidiale. Se fate l’errore di toccarlo, il dolore è istantaneo e brucia da morire. La primissima regola d’oro in questo caso è non cedere al panico e soprattutto non grattarsi, mossa che finirebbe solo per spezzare le spine e spingere il veleno ancora più a fondo. Dimenticate anche le pinzette. Il metodo più efficace per ripulire la pelle è usare del banale nastro adesivo o un cerotto telato: si attacca sulla ferita e si tira via con un colpo secco, ripetendo il trattamento finché non sparisce ogni singola spina trasparente. Solo a quel punto si può neutralizzare il veleno bagnando la zona con abbondante aceto di vino bianco o alcol denaturato, per poi sciacquare con acqua fresca e sapone. Guai a strofinarsi con la sabbia o con l’asciugamano, e vietata l’acqua calda subito dopo il contatto. Se poi il bruciore non passa dopo giorni, o se compaiono febbre e infezioni, allora è il caso di filare dritti al pronto soccorso per farsi prescrivere un antibiotico o del cortisone.

Dai social alla scienza: l’unione fa la forza

La situazione è seria e richiede gli occhi di tutti. Per questo i biologi marini consigliano di non limitarsi a postare video indignati su Instagram o Facebook, ma di trasformare quegli avvistamenti sul bagnasciuga in dati utili per la ricerca. Piattaforme di citizen science come quelle gestite dall’ISPRA o i canali di monitoraggio dell’OGS servono proprio a questo: mappare l’avanzata del predatore per capire come arginarlo. Nel frattempo, occhio a dove mettete i piedi: l’estate a Corigliano-Rossano è decisamente diventata più piccante, e non per merito del peperoncino.

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