CORIGLIANO-ROSSANO – Non ci sarà udienza preliminare per Giovanni Scorza, il 41enne accusato di aver tentato di uccidere, lo scorso marzo, il 69enne Salvatore Morfò, figura storica della criminalità rossanese. La Procura di Castrovillari ha deciso di accelerare i tempi, forte di un quadro probatorio ritenuto evidente: il sostituto procuratore Flavia Stefanelli ha chiesto e ottenuto dal GIP Orvieto Matonti il decreto di giudizio immediato.
La prima udienza è stata fissata per il mese di maggio. L’imputato, attualmente difeso dall’avvocato Pasquale Naccarato, si trova davanti a un bivio processuale: affrontare il dibattimento ordinario o optare per riti alternativi (come l’abbreviato) che consentirebbero uno sconto di pena in caso di condanna.
Le accuse: un delitto pianificato o d’impeto?
Le contestazioni a carico di Scorza sono pesanti: tentato omicidio aggravato, porto e detenzione di arma clandestina e ricettazione. Al centro del processo ci sarà la ricostruzione di quei drammatici minuti avvenuti in via Pietro Romano, allo Scalo di Rossano.
Secondo l’impianto accusatorio, Morfò sarebbe stato attirato fuori da un locale pubblico con il pretesto di un chiarimento. Pochi istanti dopo, la violenza: due colpi di pistola esplosi a bruciapelo che hanno centrato il 69enne all’addome, mettendone a serio rischio la vita. Un dettaglio inquietante emerso dalle indagini riguarda la modalità di fuoco: l’arma sarebbe stata azionata mentre era ancora nascosta nella tasca del cappotto di Scorza, una tecnica rapida e letale volta a non lasciare scampo alla vittima.
La difesa: «Volevo solo chiarire, ero minacciato»
Durante la fase delle indagini, Scorza ha offerto una versione dei fatti differente. Davanti al GIP, l’uomo ha ammesso l’incontro ma ha negato la premeditazione. Il 41enne ha sostenuto che il colloquio servisse a risolvere dei contrasti sorti nei giorni precedenti con il genero di Morfò, escludendo di avere ruggini dirette con il boss.
Quanto alla pistola clandestina, l’indagato ha giustificato il possesso dell’arma parlando di una presunta necessità di autodifesa, a seguito di minacce ricevute da ignoti travisati. Una tesi, quella della “legittima difesa preventiva”, che non ha però convinto gli inquirenti, i quali vedono nell’agguato un segnale dei nuovi e precari equilibri criminali nella Sibaritide.
Il fermo dopo l’assedio
Il nome di Giovanni Scorza era finito nel mirino dei Carabinieri del Reparto Territoriale di Corigliano-Rossano poche ore dopo lo sparo. I militari lo avevano individuato in un appartamento nel centro cittadino dove l’uomo, in un ultimo gesto di sfida o disperazione, si era barricato per oltre tre ore prima di arrendersi alle forze dell’ordine.
Ora la parola passa all’aula di tribunale, dove si cercherà di far luce non solo sulla responsabilità materiale, ma anche sul contesto più ampio in cui è maturato il sangue di via Pietro Romano.


























