ASP Cosenza tra debiti e paradossi: il trasloco del Punto Nascita a Corigliano-Rossano e la logica del “dovere formale”

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COSENZA– Il bilancio d’esercizio 2025 dell’ASP di Cosenza, con il suo profondo rosso di oltre 84 milioni di euro, non è soltanto uno specchio di numeri in sofferenza: è la mappa finanziaria che spiega le recenti, discusse scelte gestionali sul territorio. L’emblema di questo corto circuito tra logica contabile e decisioni politiche è il recente trasferimento del Punto Nascita dal presidio “Compagna” di Corigliano al “Giannettasio” di Rossano, un’operazione che i cittadini faticano a comprendere, soprattutto alla luce dell’ormai imminente completamento del nuovo Ospedale Unico della Sibaritide. Il piccolo, si fa per dire, “schiribizzo” è costato qualche milioncino di euro. Altrettanto poco indolore, in termini di impegno economico il trasferimento di oncologia dal Giannettasio al Compagna e l’adeguamento per il nosocomio coriglianese che dovrebbe accogliere altre branche mediche che, però, non verranno mai trasferite.

Mentre a livello regionale si celebra il superamento formale della struttura del Commissariato alla Sanità, la realtà sul campo racconta una storia diversa, fatta di vincoli burocratici rigidi, spese ad altissima obsolescenza e un Piano di Rientro che continua a dettare legge.


Il paradosso del “Dovere di Adempimento”: l’eredità del Decreto Scura

Per capire come si sia arrivati a smantellare un servizio la cui continuità e sicurezza al “Compagna” non sono mai state messe in dubbio, bisogna scavare nelle pieghe della burocrazia ministeriale. Il trasferimento risponde all’applicazione tardiva del Decreto Scura, un provvedimento che risale addirittura al 2015 e rimasto inattuato per oltre un decennio.

Perché rispolverarlo proprio adesso, a un passo dall’apertura del nuovo ospedale unico? La risposta sta nella transizione politica in corso. Con la chiusura della struttura commissariale, la gestione della sanità calabrese è tornata sotto la responsabilità ordinaria, ma resta pienamente attivo il rigido Piano di Rientro. Per dimostrare ai tavoli interministeriali di monitoraggio (il Tavolo Adduce) che la Regione ha “fatto i compiti a casa” e merita la piena autonomia finanziaria, i tecnici hanno dovuto procedere all’adempimento formale di tutti i vecchi decreti rimasti in sospeso. Si tratta, nei fatti, di una logica di pura conformità burocratica: l’esigenza di mostrare le carte in regola a Roma ha prevalso sulla logica e sulla reale programmazione territoriale.


Investimenti a perdere e debiti fuori controllo

Questa accelerazione dell’ultimo minuto si scontra violentemente con la situazione patrimoniale dell’ASP di Cosenza analizzata nel bilancio 2025. I dati mostrano un’azienda con le disponibilità liquide quasi dimezzate (scese a 63 milioni) e un’esposizione verso i fornitori balzata a 317 milioni di euro.

In questo contesto di profonda restrizione, l’ASP ha dovuto comunque registrare un forte balzo delle voci relative alle immobilizzazioni e ai lavori in corso (salite a oltre 11 milioni di euro). Una quota significativa di queste risorse è stata assorbita proprio per:

  • Adeguare e ristrutturare i locali del “Giannettasio” di Rossano per accogliere il reparto di Ostetricia e Ginecologia.
  • Sostenere i costi logistici del trasferimento di macchinari e personale.
  • Programmare i futuri e inversi traslochi dei reparti medici verso Corigliano, in un valzer di compensazioni territoriali.

Dal punto di vista della sana gestione finanziaria, si tratta di investimenti ad altissimo tasso di obsolescenza. Spendere ingenti capitali pubblici per ristrutturare due presidi obsoleti che – nelle intenzioni – verranno svuotati non appena il Nuovo Ospedale della Sibaritide sarà pronto, significa generare un doppio costo strutturale destinato a gravare su un bilancio già pesantemente deficitario.


Lo “Scippo” e la gestione del “frattempo”

La scelta ha inevitabilmente riacceso le tensioni nella terza città della Calabria. La sottrazione del Punto Nascita a Corigliano viene vissuta dalla comunità come uno “scippo” dettato da geometrie politiche e non da reali necessità assistenziali. La strategia delle compensazioni (il polo chirurgico da una parte, il polo medico dall’altra) appare come un tentativo di mediazione tardivo su strutture destinate alla riconversione.

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