Caso Marzullo, l’ASP si difende: «Nessuna colpa». La famiglia: «Sanità senza umanità»

morte di isabella marzullo

CORIGLIANO-ROSSANO – La morte di Isabella Marzullo non è più soltanto una tragedia privata consumata nel silenzio di una famiglia straziata dal lutto. È diventata, nelle ultime ore, un caso emblematico di scontro frontale tra le istituzioni sanitarie e il diritto dei cittadini a una fine dignitosa. Da un lato c’è l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza che, con una nota ufficiale asciutta e rigorosa, rivendica la correttezza dei propri protocolli; dall’altro c’è il grido di chi quella sofferenza l’ha vissuta accanto a un letto d’ospedale, denunciando carenze che vanno oltre la semplice cartella clinica.

La verità dell’ASP: «Protocolli rispettati e ricovero rifiutato»

L’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza ha rotto il silenzio con l’obiettivo dichiarato di “tutelare l’immagine del servizio sanitario pubblico”. Secondo l’Ente, l’analisi degli atti sanitari non lascerebbe spazio a dubbi: non vi sarebbero responsabilità dirette né omissioni imputabili ai medici dell’ospedale di Corigliano-Rossano. La tesi dell’ASP si poggia su un dato cronologico: la signora Marzullo sarebbe giunta alle cure dei presidi locali quando il suo quadro clinico era già “gravemente compromesso”.

La nota specifica che la paziente era stata precedentemente inquadrata dal Policlinico Sant’Orsola di Bologna, che aveva già evidenziato una patologia in fase avanzata. «Le attività svolte – scrive l’ASP – risultano coerenti con lo stato clinico della paziente al momento dell’accesso». Ma il punto che più di tutti accende la polemica riguarda il mancato ricovero: l’Azienda sostiene infatti che, nonostante la proposta dei medici di trattenerla in struttura, la famiglia avrebbe optato per una “diversa modalità di gestione assistenziale”. Una versione che, nelle intenzioni dell’ente, serve a scaricare ogni responsabilità per quanto accaduto nelle ore successive alla dimissione.

Il grido della famiglia: tra protocolli e umanità

Se per l’azienda sanitaria la vicenda si risolve con la conformità ai protocolli, per i familiari di Isabella Marzullo la realtà è ben diversa. La loro replica è un atto d’accusa contro un sistema che percepiscono come disorganizzato e privo di quella necessaria empatia che dovrebbe accompagnare i pazienti terminali. I congiunti non contestano la gravità della malattia – di cui erano tragicamente consapevoli – ma denunciano la solitudine in cui sono stati lasciati nel gestire una fase finale di estrema sofferenza.

Secondo la famiglia, la “proposta di ricovero” citata dall’ASP sarebbe stata avanzata in un contesto di tale disorganizzazione da rendere la permanenza in ospedale quasi una tortura aggiuntiva, spingendoli verso una scelta domiciliare che si è però scontrata con le bibliche lungaggini dell’assistenza territoriale. Il punto centrale non è dunque la possibilità di guarigione, ma la qualità del fine vita e la dignità del malato, che secondo i familiari sarebbe stata calpestata da una burocrazia sanitaria che guarda più ai timbri sulle cartelle che al volto dei pazienti.

Una sanità che si difende, un territorio che soffre

Il caso Marzullo solleva interrogativi che superano i confini di questa singola, triste vicenda. La nota dell’ASP, pur necessaria dal punto di vista istituzionale, sembra viaggiare su un binario parallelo rispetto alla percezione dei cittadini della Sibaritide. Da un lato la difesa d’ufficio di un’azienda che invita la stampa a “verificare i fatti”, dall’altro una popolazione che quotidianamente sperimenta la fragilità di un sistema dove per un’ecografia servono mesi e dove i reparti di emergenza sono costantemente sotto organico.

Il rischio, in questa guerra di comunicati, è che si perda di vista l’obiettivo primario: il paziente. Se è vero che i medici di Corigliano-Rossano operano spesso in condizioni eroiche e con risorse limitate, è altrettanto vero che il sistema di assistenza domiciliare e la rete delle cure palliative nel territorio jonico presentano falle che non possono essere ignorate.

Conclusioni: oltre la documentazione

L’ASP di Cosenza ritiene che non emergano responsabilità. La famiglia Marzullo, invece, porta nel cuore una ferita che nessun comunicato potrà rimarginare. La trasparenza invocata dall’Azienda è un atto dovuto, ma la fiducia dei cittadini si conquista con i fatti, con la riduzione delle liste d’attesa e con un’assistenza domiciliare che non lasci i parenti a combattere da soli contro il dolore.

Resta l’amarezza per una morte che, pur nell’ineluttabilità della diagnosi, ha riacceso il dibattito su una sanità calabrese che spesso si difende bene sulla carta, ma che nella realtà quotidiana continua a mostrare il fianco a critiche feroci. La comunità di Corigliano-Rossano si stringe attorno alla famiglia, consapevole che quello che è successo a Isabella potrebbe succedere, ancora una volta, a chiunque.

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