CORIGLIANO ROSSANO- C’è un turismo che non cerca il riflesso cristallino dello Jonio, che non si cura dei decibel dei lidi balneari e che non si consuma nello spazio di un fine settimana. È il turismo delle radici, fatto di sguardi lunghi, nostalgia e ricerca d’identità. È il viaggio che un signore non più giovanissimo, partito dall’America, sognava da una vita: tornare a Corigliano per ripercorrere i passi della propria famiglia, emigrata oltreoceano ad inizio del Novecento. Voleva respirare la storia dei suoi antenati tra i vicoli del centro storico, perdersi nell’architettura millenaria, toccare con mano quel patrimonio culturale che la Calabria spesso sbandiera nei propri spot istituzionali.
Il sogno, però, si è infranto quasi subito contro la dura realtà di un territorio impreparato ad accogliere. Un’odissea moderna che mette a nudo tutte le fragilità di una città che vorrebbe (ma non sa) vivere di turismo.
Nell’era digitale, dove tutto si pianifica con un clic, il visitatore cerca sul web un taxi per Corigliano. Risultato? Il vuoto. Compaiono contatti per Sibari, ma su Corigliano la rete tace. Una colpa grave per una città che ambisce a standard internazionali. Alla fine, l’unica soluzione è un taxi da Sibari che lo fa va a prendere a su via Provinciale dove la navetta proveniente dall’ aereoporto di Lamezia Terme l’ha scaricato. Costo della corsa: circa 100 euro. Ma la beffa appena iniziata.
Tra l’incertezza di autobus che non arrivano nè partono mai nei pressi del Castello e la totale confusione sugli orari, il turista riesce finalmente a raggiungere la sua struttura ricettiva. Va detto che l’ospitalità diffusa risponde presente: i bed and breakfast nel cuore del borgo antico sono numerosi, accoglienti e di pregio. È il contesto intorno, purtroppo, a mancare clamorosamente.
Sistemato per un soggiorno di tre giorni, l’ospite americano fa una scoperta sconcertante: intorno non c’è una trattoria, una pizzeria, un ristorante aperto dove poter cenare. Il centro storico, svuotato e commercialmente desertificato, non offre nemmeno i servizi minimi di sussistenza.
Ma il colpo di grazia alle aspettative del viaggiatore arriva dal simbolo per eccellenza del patrimonio storico e architettonico coriglianese: il Castello Ducale. Quel maniero imponente, testimone di fasti ducali e baronali, è rimasto inesorabilmente chiuso per tutti e tre i giorni del soggiorno (da lunedì a mercoledì). Il monumento che da solo giustificava il viaggio transoceanico è diventato una fortezza inaccessibile. Al cittadino americano non è rimasto che passeggiare tra chiese storiche e stradine invase da erbacce e sporcizia. Un pessimo, imperdonabile biglietto da visita.

Il caso della chiusura del Castello solleva interrogativi non più rimandabili. Da numerosi anni la gestione del maniero è affidata a un’associazione privata. Le segnalazioni e le denunce da parte di visitatori e addetti ai lavori si rincorrono da tempo: non solo la flessibilità degli orari lascia a desiderare, ma manca totalmente un servizio di guida strutturato, specialmente in lingua straniera.
Chi riesce a varcare la soglia del Castello viene letteralmente “lasciato andare a zonzo”, abbandonato a una visita silenziosa e priva di narrazione. Nessuno che spieghi la magnificenza delle sale, nessuno che faccia immergere il turista nella ricca storia del Ducato e del successivo Baronato. Un turismo “fai-da-te” che svilisce la magnificenza del luogo
La vicenda di questo visitatore americano non è un caso isolato, ma il sintomo di una malattia cronica: la mancanza di visione strategica. Corigliano Rossano possiede un patrimonio storico, artistico e architettonico che nulla ha da invidiare ai borghi più celebrati d’Italia. Il “turismo delle radici” è una risorsa d’oro, mossa da flussi turistici ad alta capacità di spesa e fortemente destagionalizzati.
Ma la storia, da sola, non basta più. Se mancano i trasporti, se i servizi digitali sono inesistenti, se i borghi sono sporchi e i monumenti principali restano chiusi nei giorni feriali senza una guida capace di parlare al mondo, noi quel turismo lo stiamo attivamente respingendo. Affidare i gioielli di famiglia senza pretendere standard qualitativi e di apertura rigorosi significa darsi la zappa sui piedi . Questo signore tornerà in America con il ricordo delle radici spezzate non dal tempo, ma dall’inefficienza. E questo è un lusso che la terza città della Calabria non può più permettersi.

























