CORIGLIANO ROSSANO- L’anniversario della nascita del comune di Corigliano-Rossano, avvenuta nel marzo del 2018, è passato ancora una volta sotto un silenzio assordante da parte dell’Amministrazione comunale. Nessuna celebrazione ufficiale, nessuna riflessione pubblica, nemmeno una parola per ricordare quel percorso iniziato con il referendum dell’ottobre 2017. Questo vuoto comunicativo non sembra però essere frutto di una semplice dimenticanza, quanto piuttosto la cifra esatta di un imbarazzo istituzionale di fronte a un bilancio che, a distanza di otto anni, appare per molti versi fallimentare. Quella che doveva essere la “grande città” capace di dettare l’agenda politica alla provincia e alla regione si è trasformata in un gigante dai piedi d’argilla, dove l’entusiasmo dei primi tempi ha lasciato il posto a una schiera sempre più nutrita di “fusionisti pentiti”. Il cuore del malcontento risiede nello scarto tra le promesse della campagna referendaria e la realtà quotidiana. Lo slogan che veniva ripetuto come un mantra — “più giustizia, più sanità, più lavoro” — è rimasto un miraggio lontano. L’obiettivo dichiarato era l’indipendenza politica da Cosenza e l’acquisizione di un “maggiore potere contrattuale” nei tavoli che contano. Eppure, i fatti dicono il contrario.
La città policentrica, quel modello urbanistico e sociale che avrebbe dovuto valorizzare le specificità di entrambe le aree urbane rendendole complementari, è rimasta un concetto teorico mai tradotto in pratica amministrativa. Al contrario, si assiste a una gestione che sembra procedere per compartimenti stagni, alimentando una competizione interna logorante anziché una visione unitaria. I municipi territoriali sono una chimera. L’emblema più plastico di questa mancata integrazione è l’assenza di un gonfalone unico. Nonostante i concorsi indetti e i proclami, il Comune continua a utilizzare gli stemmi dei due enti estinti, Rossano e Corigliano, quasi a voler sancire che la fusione sia rimasta solo un atto notarile sulla carta. Questa mancanza non è un dettaglio formale, ma il segnale di un’identità mai nata. Nel frattempo, la rappresentanza istituzionale è stata letteralmente dimezzata: dove prima c’erano due sindaci, due giunte e due consigli comunali pronti a darsi battaglia per ogni singolo servizio, oggi siede un’unica compagine amministrativa che sembra aver smarrito la capacità di incidere. Se un tempo il conflitto tra i due enti creava un equilibrio di veti incrociati che, paradossalmente, proteggeva i territori dalle espoliazioni esterne, oggi il sindaco unico si trova in una posizione di scacco matto. Ogni sua mossa è tesa a evitare l’accusa di campanilismo da una parte o di tradimento dall’altra, finendo spesso per rifugiarsi nella “diplomazia del silenzio”. Questa paralisi politica ha lasciato campo libero a enti terzi, come l’ASP, che hanno proceduto a svuotare progressivamente i servizi essenziali.
Se prima della fusione un tentativo di depotenziare un ospedale avrebbe trovato un sindaco pronto a fare le barricate per difendere il proprio bacino elettorale, oggi quel contrappeso non esiste più. Il risultato è un’autostrada senza pedaggio per chiunque voglia tagliare servizi in un territorio che non sa più parlare con una voce sola. L’area di Corigliano, in particolare, sembra aver pagato il prezzo più alto, vivendo quella che molti definiscono una vera e propria espoliazione: dalla perdita della sala consiliare e della sede del Consiglio Comunale, al trasferimento dell’ufficio tecnico, fino all’ultimo capitolo, il più doloroso, riguardante i reparti ospedalieri. Sul fronte strutturale, il salto di qualità sperato è rimasto confinato a qualche sporadico evento di piazza. La realtà quotidiana dei cittadini è fatta di strade colabrodo, fognature che sgorgano a cielo aperto e un tribunale che resta ostinatamente chiuso nonostante le rassicurazioni su fantomatiche “grandi manovre” per la riapertura.
Anche il paracadute economico degli incentivi statali sta per chiudersi: i due milioni di euro annui garantiti dalla legge sulle fusioni cesseranno tra soli due anni, lasciando l’ente senza quella liquidità extra che finora ha tamponato le falle di una macchina amministrativa farraginosa. Resta dunque l’amaro in bocca per un’occasione che rischia di essere ricordata non come la nascita di una metropoli, ma come il lento declino di due comunità che, nell’unirsi, hanno finito per perdere non solo la propria autonomia, ma la propria stessa dignità istituzionale.

























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