Due ergastoli per Rocco Azzaro: la giustizia chiude i conti con la stagione di sangue della Sibaritide

Salvatore Di Cicco

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Il boss coriglianese condannato per l’omicidio di “Turuzzu” Di Cicco. Seconda pena all’ergastolo in meno di un mese: una sentenza che riscrive le verità della lunga guerra di mafia ionica

CATANZARO – Due condanne all’ergastolo nel giro di trenta giorni. È questo il nuovo capitolo giudiziario nella storia criminale di Rocco Azzaro, 71 anni, figura di vertice della ’ndrangheta coriglianese, al centro di numerose inchieste che per decenni hanno raccontato la mappa del potere mafioso nella Sibaritide.
La Corte d’Assise di Catanzaro, presieduta da Alfredo Cosenza con giudice a latere Giovanni Strangis, ha riconosciuto Azzaro colpevole, insieme a Giuseppe Nicastri, 76 anni, storico esponente della cosca di Cirò, dell’omicidio di Salvatore Di Cicco, detto Turuzzu sparami ‘npiettu, avvenuto il 1° settembre 2001 e rimasto per anni uno dei misteri più oscuri della guerra di mafia ionica.

Secondo le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Di Cicco, 34enne quando fu assassinato, considerato il reggente della ’ndrangheta sibarita, sarebbe caduto in un agguato preparato nei minimi dettagli. Con il pretesto di un affare legato all’acquisto di armi, fu attirato in una trappola a Torretta di Crucoli, pochi chilometri da Cirò Marina, e lì brutalmente assassinato. Il suo corpo – mai ritrovato – sarebbe stato sepolto con una ruspa nel terreno stesso del delitto, dove anni dopo sarebbe sorto un agriturismo.

Il principale esecutore materiale, Giuseppe Spagnolo, detto Peppe ‘u Banditu, era già stato condannato nel luglio 2024 a trent’anni di reclusione con rito abbreviato. Ma a completare il quadro accusatorio sono stati due collaboratori di giustizia di peso: Nicola Acri, ex boss rossanese noto come Occhi di ghiaccio, e Ciro Nigro, ex camorrista coriglianese, entrambi detenuti e condannati per altri delitti di sangue. Le loro rivelazioni, riscontrate dalle indagini dei Carabinieri del Ros, hanno consentito di ricostruire la catena di comando e le responsabilità dei mandanti.

Dalle testimonianze è emerso che Azzaro avrebbe dato le disposizioni per attirare la vittima nel luogo dell’esecuzione, mentre Nicastri e Spagnolo curarono la parte operativa. Il movente? La convinzione, sempre più diffusa all’interno delle cosche alleate di Cirò e Cassano, che Di Cicco potesse collaborare con le forze dell’ordine. Una sentenza che arriva a distanza di oltre vent’anni e che restituisce verità giudiziaria su un delitto rimasto per troppo tempo avvolto dal silenzio.

L’omicidio di Turuzzu segnò la fine di un equilibrio di potere nella criminalità organizzata della Sibaritide e aprì la strada a una nuova ondata di violenza culminata nel 2002 con l’uccisione di Eduardo Pepe e Fioravante Abbruzzese. Fu l’inizio di una vera e propria guerra di mafia tra le famiglie Pepe-Abbruzzese e Forastefano, che tinse di sangue le strade tra Corigliano, Rossano e Cassano.

Della vittima non fu mai ritrovato il corpo: solo il suo fuoristrada venne scoperto abbandonato lungo la Statale 106, a Calopezzati. La condanna pronunciata dalla Corte d’Assise rappresenta un ulteriore tassello nel complesso mosaico criminale della Piana di Sibari, un territorio che per anni ha vissuto sotto la morsa della ’ndrangheta.

Per Rocco Azzaro si tratta del secondo ergastolo in meno di un mese. Il 6 ottobre scorso era già stato condannato alla stessa pena per l’omicidio di Andrea Sacchetti, 29 anni, rossanese, ucciso il 5 febbraio 2001, pochi mesi prima di Di Cicco. Anche in quel caso, la lupara bianca cancellò ogni traccia del corpo.

Due ergastoli che chiudono definitivamente una pagina di storia criminale e aprono quella della memoria e della giustizia. Una giustizia lenta ma implacabile, che – vent’anni dopo – restituisce verità su una stagione di violenza che ha segnato profondamente il territorio ionico cosentino.

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