TARSIA – La plastica e il polistirolo continuano a rappresentare la principale minaccia per gli ecosistemi costieri calabresi, ma un monitoraggio attento e interventi di rimozione ecologicamente mirati possono fare la differenza, portando persino a scoperte scientifiche di valore internazionale. È quanto emerge dal bilancio della campagna di Beach litter 2026, condotta dall’Ente gestore delle Riserve naturali regionali del Lago di Tarsia e della Foce del Crati – Amici della Terra Italia.
Le attività di ricerca e monitoraggio biologico sulla fascia costiera della Riserva e della Zona Speciale di Conservazione (ZSC) della Foce del Crati hanno l’obiettivo di quantificare, analizzare e rimuovere in modo costante e sostenibile i rifiuti antropici (macro e meso-plastiche), riducendo al minimo l’impatto letale che questi frammenti hanno su uccelli, rettili e invertebrati dunali.
I dati del 2026: i rifiuti aumentano ed evidenziano dinamiche insolite
La campagna primaverile ha portato alla raccolta e al conferimento differenziato di ben 194,45 kg di rifiuti antropogenici. Un dato preoccupante e in netta crescita rispetto alle stagioni precedenti, che avevano registrato 165,80 kg nel 2024 e 142,23 kg nel 2025. Oltre a rifiuti ingombranti e pneumatici, a farla da padrone sono stati i materiali polimerici, ma con una distribuzione geografica peculiare che evidenzia il ruolo delle correnti marine e delle piene fluviali:
- Fascia costiera di Corigliano-Rossano: il 75% dei rifiuti raccolti è costituito da frammenti di polistirolo, seguito da un 15% di plastica e dal 5% ciascuno di alluminio e vetro.
- Fascia costiera di Cassano all’Ionio: le percentuali si invertono drasticamente, registrando il 75% di rifiuti in plastica (frammenti e bottiglie) e il 15% di polistirolo.
Una rimozione ecologicamente sostenibile
La metodologia applicata dagli operatori non prevede una pulizia indiscriminata dell’arenile. Seguendo le linee guida del primo “Manuale per la gestione sostenibile del rifiuto antropogeno spiaggiato”, sviluppato all’interno del progetto finanziato dalla Regione Calabria, l’intervento esclude categoricamente il materiale organico naturale (come legni, alghe o canne). Questa biomassa spiaggiata, infatti, è indispensabile per nutrire la fauna dunale, stabilizzare la sabbia e contrastare l’erosione costiera.
L’”effetto trappola” sui coleotteri e la riscoperta di un insetto leggendario
La ricerca scientifica legata alla campagna si è concentrata sul monitoraggio dell’effetto trappola che bottiglie, lattine e contenitori abbandonati esercitano sull’entomofauna costiera. I rifiuti dimenticati sulla sabbia si trasformano spesso in prigioni mortali per i coleotteri, utilizzati dai ricercatori come preziosi Indicatori Ecologici e Biogeografici (IEB).
Esaminando 2.177 contenitori spiaggiati (circa il 45% in vetro, il 39% in plastica e il 15% in latta), i biologi vi hanno rinvenuto all’interno ben 2.811 coleotteri intrappolati. È proprio analizzando questo macabro censimento che è emerso un risultato straordinario: il ritrovamento di tre esemplari di Amblyderus brunneus.
Si tratta di un coleottero endemico calabro-siculo, talmente raro e localizzato da essere ritenuto quasi una leggenda: prima d’ora, la scienza ne registrava solo due unici esemplari in tutta la storia, uno catturato in Calabria a fine ‘800 e uno in Sicilia privo di datazione. I tre esemplari salvati alla Foce del Crati rappresentano l’unica segnalazione moderna di questa specie in tutta Italia.
La voce dell’Ente
«La partecipazione a queste attività rappresenta un’opportunità importante per rafforzare il nostro impegno nella tutela della biodiversità e nella gestione sostenibile degli habitat naturali», ha dichiarato il Direttore dell’Ente gestore, il Dott. Ilario Treccosti. «Ospitare e portare avanti queste ricerche significa contribuire in modo concreto a un percorso che mette al centro specie, habitat, conoscenza scientifica e comunità locali. Il lavoro avviato potrà generare strumenti utili e duraturi per la conservazione, con benefici che andranno ben oltre la durata del progetto».
Al termine delle sessioni operative e di studio, le aree protette si confermano non solo un baluardo contro l’inquinamento da plastica, ma anche straordinari presìdi di biodiversità e laboratori a cielo aperto capaci di restituire alla comunità internazionale tessere fondamentali del patrimonio naturalistico mediterraneo.

























