CALABRIA- L’accordo tra Calabria ed Emilia-Romagna introduce limiti rigidissimi alla possibilità per i calabresi di curarsi fuori regione. Tetti economici per i ricoveri, controlli serrati sull’appropriatezza, regressioni tariffarie automatiche quando si supera il budget: un impianto costruito per contenere la spesa, che però rischia di colpire proprio chi si trova costretto a migrare per ricevere cure adeguate.
E mentre si chiede ai cittadini di adeguarsi a un sistema che impone limiti e autorizzazioni preventive, nel cuore della macchina amministrativa regionale esiste un’altra realtà, molto diversa: quella degli stipendi più alti d’Italia nella dirigenza pubblica.
Un consigliere regionale guadagna ufficialmente 11.100 euro lordi, un assessore 13.100, il presidente della Regione 13.800. Cifre già significative, ma lontane dalla retribuzione dei dirigenti della stessa Regione.
Un dirigente “semplice” può arrivare a 100.000 euro l’anno; un dirigente generale – grazie alle norme regionali che consentono posizioni economiche ai massimi livelli del contratto nazionale – può raggiungere 130.000–180.000 euro lordi annui.
Il paradosso è evidente:
mentre ai calabresi viene chiesto di accettare tetti, limiti, autorizzazioni, verifiche, regressioni e possibili ritardi nelle cure fuori regione, nella stessa macchina amministrativa non esistono tetti equivalenti per chi governa il sistema. Nessuna regressione, nessuna limitazione, nessun contenimento sulle retribuzioni più alte.
È la fotografia di una Regione che, da un lato, deve decidere se autorizzare o meno una visita specialistica o un ricovero in Emilia-Romagna; dall’altro, continua a sostenere una spesa rigida e molto elevata per i propri vertici tecnici.
E a pagare questo squilibrio sono sempre loro: i cittadini, costretti a muoversi tra nuove regole, tempi di attesa, autorizzazioni preventive e un rischio crescente di trovarsi in fondo alle liste, solo perché residenti in quella che resta una delle regioni più fragili del sistema sanitario italiano. Dati sulla spesa della Calabria per la migrazione sanitaria
Dati sulla spesa della Calabria per la migrazione sanitaria
Nel 2022, la mobilità sanitaria della Calabria ha generato una spesa di circa 304,8 milioni di euro per le cure fuori regione.
Il saldo negativo per la Calabria è nell’ordine delle centinaia di milioni: ad esempio si parla di un passivo di circa -294 milioni di euro.
A livello nazionale, la mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5,04 miliardi di euro nel 2022, con flussi rilevanti dal Mezzogiorno verso regioni del Nord come la Emilia‑Romagna o ancora la Lombardia.
È una scelta politica?
Sì, indirettamente.
Il Governo sceglie un modello che tutela la sostenibilità della spesa ma non riequilibra le condizioni di partenza. E quando si applica una regola uguale tra chi è forte e chi è debole… a perdere è sempre il più debole.
Diciamolo in modo chiaro e onesto: Non esiste una dichiarazione ufficiale o una strategia esplicita per penalizzare il Sud. Ma esiste un modello politico ed economico che favorisce le regioni forti e penalizza quelle deboli, e questo modello è stato scelto e rafforzato da questo Governo. È una differenza sottile ma importante. Nessuno ha detto “limitiamo il Sud”, ma le scelte fanno questo effetto.
E in politica valgono i risultati, non le intenzioni.




















