CALABRIA- L’italianità si conferma la regina del carrello della spesa, rappresentando ormai quasi il 30% dei prodotti agroalimentari sugli scaffali. In questo scenario, la Calabria recita un ruolo da protagonista assoluta: la filiera agroalimentare regionale allargata ha raggiunto un valore di circa 3 miliardi di euro, contribuendo in modo significativo ai 707 miliardi generati a livello nazionale. I dati, diffusi da Coldiretti su base Osservatorio Immagino Gs1 Italy in occasione di Tuttofood, evidenziano come la bandiera italiana e la dicitura “100% tricolore” siano oggi i principali driver d’acquisto per i consumatori.
Tuttavia, dietro il successo commerciale si nasconde una battaglia politica e di trasparenza che Coldiretti Calabria sta portando avanti con forza. Il 91% dei cittadini, secondo il rapporto Censis/Coldiretti, chiede oggi la massima chiarezza sulla provenienza dei prodotti. Se in Italia l’indicazione di origine copre circa i quattro quinti della spesa, restano ancora pericolose zone d’ombra su prodotti chiave come i legumi in scatola, la frutta dei succhi, il grano per i prodotti da forno e il pesce servito nella ristorazione.
«L’agricoltura calabrese rappresenta un settore strategico per l’economia e la tenuta sociale dei territori – ha dichiarato il Presidente di Coldiretti Calabria, Franco Aceto – e deve essere difesa dallo stop all’inganno del codice doganale sulla regola dell’ultima trasformazione». Quest’ultimo meccanismo, secondo le analisi dell’associazione, sottrarrebbe agli agricoltori italiani almeno 20 miliardi di euro ogni anno. La richiesta è chiara: rendere obbligatoria l’etichettatura d’origine a livello europeo per colmare le lacune attuali e proteggere il reddito delle imprese.
Il settore deve inoltre fare i conti con una fase internazionale critica. I costi di produzione sono schizzati alle stelle: secondo il Centro Studi Divulga, gli effetti del conflitto bellico si traducono in rincari fino a 200 euro per ettaro di coltivazione, mentre ogni allevatore ha dovuto sostenere costi aggiuntivi fino a 3.600 euro nei soli primi due mesi di crisi. «In questo contesto – ha concluso Aceto – servono contratti di filiera che garantiscano equità, ma anche controlli feroci contro le pratiche sleali e le speculazioni che penalizzano chi produce. L’Europa è ancora troppo distante e in ritardo su queste risposte fondamentali».
























