COSENZA – In un’epoca in cui la globalizzazione rischia di uniformare linguaggi e pensieri, il recupero del dialetto non è un’operazione nostalgica, ma un gesto etico e civile. È questo il messaggio emerso nei giorni scorsi a Cosenza, presso il salotto letterario del “Terrazzo” della Casa Editrice Pellegrini, durante la presentazione del Dizionario Etimologico del Dialetto Mandatoriccese, l’ultima fatica del prof. Franco Emilio Carlino.
L’opera, sottotitolata emblematicamente “Raccolta di Parole Perse”, non è un semplice glossario, ma una stratigrafia storica e sociale di una comunità. Carlino — socio dell’Accademia Cosentina e della Deputazione di Storia Patria — ha dialogato con il giornalista Francesco Kostner, illustrando come la lingua locale possa diventare uno strumento “ramificante”, capace di proiettare la memoria in un futuro plausibile.
Un viaggio tra etimologia e storia
Il volume si apre con un’ampia introduzione che ricostruisce quattro secoli di vita del borgo, dalla sua fondazione nel XVII secolo fino alla metà del Novecento. Il cuore scientifico dell’opera batte nelle sue circa sessanta pagine di riflessioni glottologiche e fonologiche, dichiaratamente ispirate alla lezione del grande Gerhard Rohlfs. Con oltre 10.500 termini, il glossario restituisce dignità a suoni caratteristici (come la peculiare f intervocalica) e a una struttura grammaticale che è pedagogia e morale al tempo stesso.
Il mistero del dialetto “trapiantato”
Uno dei punti di maggiore interesse emersi durante il dibattito — arricchito dagli interventi del prof. Pierpaolo Cetera e di Francesco Talarico dell’associazione ‘U hoculàru — riguarda l’origine “trapiantata” della parlata mandatoriccese. Carlino ha infatti evidenziato come le radici del dialetto locale affondino nei terremoti del 1636-38.
In quel frangente tragico, parte della popolazione di Scigliano fu ricollocata nel nuovo casale per volontà del feudatario Teodoro Mandatoriccio. Si creò così un esperimento urbanistico e umano unico: una lingua che viaggia da un territorio all’altro, adattandosi e resistendo ai secoli. Una “pista” geo-linguistica ancora in parte da esplorare.
Oltre i confini: il vernacolo dell’emigrazione
Il dizionario apre anche una finestra suggestiva sulla letteratura della distanza. Attraverso la figura di Pasquale Spataro, Carlino accende i riflettori sulla produzione in vernacolo calabrese nata nei luoghi dell’emigrazione mandatoriccese, tra Germania, Stati Uniti e Argentina. È la prova che il dialetto non è un residuo del passato, ma uno spazio creativo capace di attraversare gli oceani.
Presenti all’incontro studiosi e personalità del mondo della cultura, tra cui Gilda De Caro, Ennio Guzzo e Andrea Vulpitta, a testimonianza di come il lavoro di Carlino sia considerato prezioso non solo per la filologia, ma per la costruzione di una coscienza collettiva. In definitiva, riappropriarsi del dialetto significa riconoscere una risorsa viva, un monito civile contro la dispersione dell’anima di un territorio.




















