CORIGLIANO ROSSANO- C’è una tavola che, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, diventa specchio del tempo, della natura e della speranza. È la tavola della vigilia di Santa Lucia, quando secondo un’antica tradizione popolare a Corigliano – e in gran parte del mondo contadino – vengono portati in casa i tririci cosi, le tredici cose.
Tredici frutti diversi, rigorosamente tredici: né uno in meno, né uno in più. Un numero che non è casuale, ma carico di simboli e significati legati al calendario agricolo e al ciclo del sole. Sulla tavola trovano posto ciò che la terra e le dispense offrono: mirtilla, mele, lupini, fichi secchi, noci, nocciole, mandarini, castagne, melograni, fichi d’India, cachi, corbezzoli, nespole invernali. L’elenco non è rigido: la regola è una sola, che siano tredici. Il resto è affidato alla fantasia, alla disponibilità e alla memoria familiare.
Nel tempo, però, soprattutto nelle famiglie coriglianesi, questa usanza ha conosciuto anche una diversa interpretazione. Accanto ai tredici frutti, infatti, non era raro trovare sulla tavola tredici pietanze complessive, frutti compresi. Una declinazione nata spesso dalla necessità più che dalla scelta, figlia della povertà diffusa che per generazioni ha segnato la vita di tante famiglie. Quando la varietà di frutta non era disponibile, si ricorreva a ciò che c’era: pane, legumi, preparazioni semplici, pur di rispettare il numero simbolico. Anche in questo caso, il senso profondo del rito restava intatto, trasformando la scarsità in condivisione e il bisogno in dignità.
Questa usanza affonda le sue radici nel solstizio d’inverno ed è strettamente legata ai cosiddetti “jurni cunteti“, i giorni contati. Le tredici cose rappresentano proprio questi giorni simbolici, che servono a “contare” l’andamento del tempo e a formulare un auspicio per l’anno che verrà. Un rito semplice, domestico, ma denso di significato.
Il numero tredici, spesso caricato di superstizione, qui assume invece un valore positivo. È un numero palindromo e soprattutto rappresenta i tredici giorni che separano Santa Lucia dal Natale, la festività cristiana per eccellenza. Proprio per questo i tririci cusi diventano un augurio di abbondanza, prosperità e buon raccolto.
Dal 14 dicembre in poi iniziano i veri “jurni cunteti“, quelli che vanno osservati con attenzione perché – secondo la tradizione – il clima di ciascuno di essi anticipa l’andamento meteorologico dei mesi del nuovo anno. Un sapere antico, tramandato oralmente, che unisce l’osservazione della natura alla necessità pratica di prevedere il tempo, in una società profondamente legata alla terra.
Le tredici cose non sono solo cibo: sono memoria, identità, racconto collettivo. Sono il segno di un mondo in cui il calendario non era fatto solo di date, ma di stagioni, di attese e di simboli. Un patrimonio immateriale che continua a vivere nelle case, nelle famiglie e nelle parole di chi queste tradizioni le custodisce e le racconta.






















