CORIGLIANO ROSSANO- Il fango, la paura, la fuga. A otto anni di distanza dal disastro del 2018, lo spettro dell’alluvione torna a inghiottire la serenità della Piana di Sibari. Nelle scorse ore la situazione lungo il corso del fiume Crati è precipitata, costringendo il Sindaco Flavio Stasi a diramare un avviso urgente e perentorio: evacuazione immediata, in via precauzionale, per tutti i residenti di contrada Thurio, Ministalla, Foggia e zone limitrofe. Un ordine di allontanamento temporaneo dalle abitazioni, valido fino a nuova comunicazione, dettato da ragioni di stretta sicurezza pubblica.

Il dramma degli allevatori e le bestie abbandonate
Mentre le famiglie, in un clima di forte disagio e frustrazione, raccolgono in fretta le proprie cose cercando disperatamente ospitalità tra amici e parenti, si consuma una tragedia silenziosa e straziante. Queste contrade sono il cuore pulsante dell’economia agricola locale, costellate di aziende zootecniche e stalle. Se le persone, a malincuore, si mettono in salvo allontanandosi dalle zone a rischio, il pensiero agonizzante va agli animali.
Moltissimi allevatori sono stati costretti a fuggire lasciando il proprio bestiame nelle strutture, nell’impossibilità fisica di evacuare intere mandrie o greggi in così poco tempo. Le bestie sono ora letteralmente in balia della sorte, circondate da un livello dell’acqua che continua a salire. Il terrore di chi si allontana guardando indietro verso le proprie aziende è quello di rivivere l’ecatombe di otto anni fa, quando la furia del Crati annegò centinaia di capi di bestiame senza lasciare loro via di scampo.
La battaglia sugli argini e l’acqua nelle case
Sul campo, intanto, si combatte una vera e propria guerra contro la forza della natura. Le notizie che arrivano descrivono uno scenario critico: a contrada Foggia un tratto di argine ha ceduto. Volontari e uomini della Protezione Civile sono impegnati in una lotta titanica e logorante nel fango per tamponare le falle da una parte, mentre la pressione dell’acqua apre nuove brecce dall’altra. A rendere gli argini di terra fragili come cartapesta sono anche le profonde buche scavate dalle nutrie, che hanno compromesso irrimediabilmente la tenuta strutturale delle sponde. Ad Apollinara, raccontano i testimoni sul posto, la furia del fiume è trattenuta a stento da un ultimo, sottile lembo di terra.
Ma l’emergenza si vive anche all’interno delle abitazioni. In diverse case l’acqua ha già iniziato a zampillare direttamente dai pavimenti, allagando le stanze e distruggendo i mobili. Una beffa crudele per i residenti, costretti a veder marcire quello stesso mobilio comprato nuovo di zecca con enormi sacrifici dopo le esondazioni del 2018 e del 2019. La gente è disperata e psicologicamente sfinita.
La rabbia e i debiti
La frustrazione si mescola alla rabbia per una tragedia che, a detta di chi vive il territorio, era ampiamente annunciata. Il grido di dolore delle famiglie sfollate si trasforma in un atto d’accusa contro le istituzioni: i cittadini chiedono provvedimenti seri e strutturali, invocando il ritorno alle pratiche di manutenzione di quarant’anni fa, quando il letto del fiume veniva regolarmente dragato per permettere il deflusso delle acque.
Oggi, invece, resta solo il conto da pagare. Molti degli agricoltori in fuga in queste ore stanno ancora pagando alle banche le rate dei prestiti contratti negli anni passati, necessari per ripianare i debiti accumulati proprio dopo il disastro del 2018. Una spirale di debiti e distruzione che, drammaticamente, sembra non avere mai fine.





















