CORIGLIANO-ROSSANO – Le colonne di fumo nero che all’alba di ieri si levavano ancora nel cielo di Schiavonea erano l’impronta visibile di un disastro annunciato. Oggi, quell’area di circa 900 metri quadrati in contrada Boscarello è sotto sequestro giudiziario, ridotta a un ammasso spettrale di lamiere contorte, cenere e detriti. Ma il vero bilancio della tragedia consumatasi nella tarda serata di martedì non si misura in metri quadri distrutti, bensì nella carne viva di quattro persone tratte in salvo dall’inferno e, soprattutto, nella radiografia di una marginalità sociale che la città non può più far finta di non vedere.
La cronaca di una notte di terrore
La dinamica di martedì notte restituisce la cifra della drammaticità dell’evento. All’arrivo delle volanti del Commissariato di Polizia cittadino, le fiamme avevano già avvolto i ricoveri di fortuna. Gli agenti si sono lanciati tra le strutture infiammabili senza attendere rinforzi, riuscendo a estrarre quattro uomini rimasti intrappolati. Un istante dopo, il boato: l’esplosione violenta di una bombola di gas ha investito in pieno i poliziotti, che solo per una frazione di secondo sono scampati alla deflagrazione.
Il bilancio resta drammatico: uno dei braccianti lotta tra la vita e la morte al Centro grandi ustionati di Brindisi, con ustioni profonde sull’85% del corpo. Gli altri tre sono feriti. Sul posto, insieme al personale del 118 e ai Carabinieri del Reparto territoriale, i Vigili del Fuoco hanno lavorato ore per bonificare una vera e propria polveriera.

Oltre i cliché: la nazionalità del bisogno
Le indagini, coordinate dalla Procura di Castrovillari, dovranno accertare l’origine del rogo, sebbene la pista dell’incidente accidentale resti la più probabile. Tuttavia, i dettagli emersi nelle ultime ore sull’identità dei feriti cambiano radicalmente la narrazione stereotipata di questo ghetto. I quattro uomini salvati sono cittadini comunitari, di nazionalità rumena e polacca.
Questo elemento allontana lo spettro delle recenti tensioni extracomunitarie e, al momento, esclude ritorsioni legate al caporale o alla criminalità organizzata. La verità che emerge dalle macerie di Boscarello è più lineare, ma non meno dolorosa: non siamo di fronte solo a un caso di sfruttamento della manodopera, ma alla piaga dell’indigenza estrema e stanziale.
L’invisibile circuito della sopravvivenza
Le persone coinvolte non erano fantasmi di passaggio. Erano residenti storici di quel limbo di plastica e legno. Uomini che da anni vivevano un circuito di sopravvivenza minimo, fragile e per lo più invisibile: il pranzo quotidiano alla vicina Caritas, una doccia nei container per l’igiene personale e poi il ritorno lì, nel proprio perimetro di niente.
Un incendio in una baracca non è mai soltanto un incidente accidentale. È il sintomo macroscopico di una povertà che si organizza da sola nei vuoti della città, dove accendere un fornello per scaldare il cibo significa sfidare la sorte.
Le due facce di Schiavonea
La tragedia di Boscarello squarcia il velo su una profonda contraddizione geografica e sociale. Schiavonea in questi giorni d’estate vive una schizofrenia stridente. Da un lato c’è la riviera della movida: i bagnanti affollano il lungomare, i locali sono gremiti di giovani che ballano e il divertimento stagionale riempie le notti di musica. A pochi metri di distanza, separata solo da un muro invisibile di indifferenza, c’è la Schiavonea della disperazione, dove si consuma un’emergenza umanitaria cronica.
Mentre i turisti guardano il mare, i residenti di Boscarello guardano le fiamme. Ora che l’area è sigillata dai sigilli della magistratura, resta sul campo una certezza: le fiamme hanno cancellato ciò che era già poco più di nulla, lasciando a nudo le colpevoli asimmetrie di un territorio capace di ballare a un passo dall’inferno.

























