CORIGLIANO ROSSANO- C’è un’espressione, pronunciata dall’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara, che continua a risuonare nei corridoi della Procura di Castrovillari e tra gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza: «Nella raccolta delle fragole c’è una grande mafia del Pakistan». Una definizione netta, che costringe a guardare oltre il perimetro del singolo, seppur atroce, fatto di cronaca. La strage della stazione di servizio “IP”, costata la vita a quattro giovani braccianti, potrebbe non essere un episodio isolato di follia o una banale lite finita nel sangue. Al contrario, rischia di essere la tragica punta dell’iceberg di un fenomeno criminale in atto ormai da anni, un sistema parallelo di sottomissione e ricatto cresciuto nell’ombra e, troppo spesso, denunciato soltanto sottovoce.
I segnali ignorati: la scia di roghi tra Corigliano e Rossano
Se si analizzano a ritroso gli eventi dell’ultimo anno, i tasselli di un mosaico inquietante cominciano a disporsi in sequenza. Solo nel mese di gennaio del 2026, l’area urbana di Corigliano-Rossano è stata teatro di una sistematica scia di incendi: ben dieci mezzi, quasi tutti minivan o vetture di grossa cilindrata e quasi tutti di proprietà di cittadini stranieri, sono stati avvolti dalle fiamme.
Quelli che all’epoca erano stati catalogati come isolati atti vandalici o piccoli dispetti tra comunità di immigrati, oggi esigono una chiave di lettura radicalmente differente. Alla luce di quanto accaduto ad Amendolara, quei roghi assumono il sinistro contorno di veri e propri avvertimenti, messaggi cifrati legati al controllo del territorio e, nello specifico, alla gestione della logistica del lavoro invisibile.
Il potere del “mezzo”: il racket dei 5 euro a viaggio
Per comprendere come si strutturi questa presunta rete criminale, bisogna osservare l’alba della fascia jonica. A Schiavonea, così come in altre cittadine della costa, esistono precisi punti di ritrovo. Lì, nel buio che precede il mattino, decine di braccianti stranieri attendono l’arrivo dei furgoni, sperando in una giornata di lavoro.
In questo contesto, il “nuovo caporalato” ha assunto volti e nazionalità diverse rispetto al passato, e il possesso di un minivan non è un semplice dettaglio logistico, ma uno strumento di potere economico e sociale assoluto. Come confermato dagli inquirenti e dettagliato dal testimone chiave — riuscito a salvarsi uscendo miracolosamente dal cofano dell’auto in fiamme —, i “traghettatori” pretendevano una tassa fissa di 5 euro a persona per ogni singolo viaggio verso i campi di fragole tra la Calabria e la Basilicata.
Cinque euro possono sembrare una cifra irrisoria, ma moltiplicati per sei, dieci a mezzo, per ogni giorno della stagione di raccolta, si trasformano rapidamente in un piccolo tesoretto quotidiano accumulato in contanti. Un monopolio redditizio difeso con le unghie e con il sangue, capace di scatenare violente faide interne. Anche i recenti e frequenti episodi di aggressioni e risse all’interno della comunità pakistana, o lo stesso omicidio in contrada Frasso a Rossano, potrebbero non essere più riconducibili alla sola tensione per una convivenza forzata in appartamenti sovraffollati, bensì a dinamiche di spartizione dei profitti legate al trasporto della manodopera.
Spezzare la catena: l’importanza dell’emancipazione e della legalità
La strage di Amendolara dimostra che l’approccio puramente repressivo non è più sufficiente. Per strappare queste persone dalle grinfie dei loro aguzzini serve una profonda azione di emancipazione sociale. Le quattro vittime — Amin, Ullah, Safi e Waseem — erano regolari in Italia, ma l’isolamento culturale e la mancata conoscenza della lingua e delle leggi dello Stato in cui vivevano le ha relegate in una condizione di strutturale vulnerabilità. Un’«ignoranza» dei propri diritti che le ha rese vittime ideali, costringendole a subire in silenzio le minacce con armi e coltelli tese dai connazionali prima della drammatica ribellione per i salari mai pagati.
Investire in scuole di lingua stabili sul territorio, promuovere sportelli di orientamento legale e creare canali di trasporto pubblico istituzionali dedicati ai lavoratori agricoli non sono più utopie umanitarie, ma precise necessità di sicurezza pubblica. Solo alfabetizzando e integrando legalmente chi arriva a lavorare nelle nostre campagne si potrà evitare che la disperazione diventi il terreno fertile per nuove, feroci mafie transnazionali pronte a farsi largo nella Piana di Sibari.
Il ruolo delle aziende: la “legalità di facciata” che nutre il sistema
Ma la filiera del ricatto non si ferma ai confini dei furgoni della morte. L’interrogativo più scomodo investe direttamente il tessuto imprenditoriale della Piana di Sibari e le aziende agricole che quelle braccia utilizzavano ogni giorno nei campi di fragole. Le quattro vittime erano regolari, incensurate, teoricamente “visibili” allo Stato. Com’è possibile, dunque, che nessuno si sia accorto che quei ragazzi non ricevevano un euro di stipendio?
Analizzare la posizione delle aziende significa squarciare il velo su una diffusa e colpevole politica della deresponsabilizzazione. Trincerarsi dietro la regolarità formale dei contratti o ignorare deliberatamente i metodi con cui i “traghettatori” pakistani gestivano i turni all’alba e la logistica dei trasporti non è più tollerabile. Chi accetta che la propria merce venga raccolta da un esercito di invisibili ricattati con le armi non è un semplice cliente: è il motore economico che tiene in piedi l’intero sistema. Il caporalato si sconfigge certamente arrestando gli aguzzini con la tanica di benzina, ma soprattutto togliendo l’ossigeno del profitto a quella imprenditoria grigia che ha scambiato i diritti umani con l’abbattimento dei costi di produzione.



























2 risposte a “L’ombra della “Mafia Pakistana” nella Piana di Sibari: la strage di Amendolara scoperchia il racket dei trasporti e i silenzi della fascia jonica”
Certo, l’abbattimento del costo di produzione o e il controllo dei prezzi (manus arma) rende lo Stato complice e vittima il contadino e il lavoratore che sono la parte debole della catena. Come è possibile pagare al contadino 35 cent/kg 1kg di clementine?
Se poi parliamo dell’olio di ulive, proprio oggi, rende lo Stato e i politici complici, che leggiferano a favore delle grossa distribuzione e a favore della produzione di “olio di industria” (olio falso).
Per quanto riguarda l’olio della Tunisia”, ha mai provato qulcuno aseguire una nave?… o dalla Tunisia partono solo le carte?
Poi rendere una truffa alimentare un reato minore?…. è fesso chi non la fa!
Certo, l’abbattimento del costo di produzione o e il controllo dei prezzi (manus arma) rende lo Stato complice e vittima il contadino e il lavoratore che sono la parte debole della catena. Come è possibile pagare al contadino 35 cent/kg 1kg di clementine?
Se poi parliamo dell’olio di ulive, proprio oggi, rende lo Stato e i politici complici, che leggiferano a favore delle grossa distribuzione e a favore della produzione di “olio di industria” (olio falso).
Per quanto riguarda l’olio della Tunisia”, ha mai provato qulcuno aseguire una nave?… o dalla Tunisia partono solo le carte?
Poi rendere una truffa alimentare un reato minore?…. è fesso chi non la fa!