Omicidio a Corigliano-Rossano, fermato il killer di Monsif Youness: la tragedia dei lavoratori stranieri tra agrumeti e convivenze forzate

foto non reale-generata con AI

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Il trentenne marocchino è stato ucciso durante una lite scoppiata tra coinquilini in via Tivoli. L’assassino catturato tra gli agrumeti dopo poche ore di fuga. Riflessione sulle condizioni precarie dei braccianti stagionali

CORIGLIANO-ROSSANO – È finita dopo poche ore la fuga del presunto assassino di Monsif Youness, il trentenne marocchino accoltellato a morte martedì sera in via Tivoli, a contrada Seggio. L’uomo, un connazionale della vittima, è stato fermato dagli agenti del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Corigliano-Rossano, che lo hanno rintracciato tra gli agrumeti della zona costiera dove aveva trovato rifugio.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Castrovillari, hanno permesso di ricostruire la dinamica del delitto. In un appartamento condiviso da quattro lavoratori stranieri, tutti impegnati nella stagione agrumicola, una lite scoppiata per futili motivi durante un momento di preghiera si è trasformata in tragedia. L’assassino, dopo un violento alterco, ha afferrato un coltello da cucina e ha colpito Youness con sette fendenti all’addome.

Gli altri due coinquilini, terrorizzati, hanno assistito alla scena e poi lanciato l’allarme. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, ma per il giovane non c’è stato nulla da fare: è arrivato all’ospedale “Nicola Giannettasio” già privo di vita.

L’assassino è stato catturato la sera successiva grazie a una rete di controlli e appostamenti condotti con l’ausilio delle unità cinofile e della Polizia Scientifica. Attualmente si trova in stato di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato.

L’episodio ha scosso la città e riacceso i riflettori sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri che affluiscono ogni anno a Corigliano-Rossano per la raccolta degli agrumi. Durante questo periodo, il numero di braccianti nordafricani cresce notevolmente: uomini soli, con le famiglie rimaste nei Paesi d’origine, che lavorano duramente per paghe minime e vivono in abitazioni sovraffollate per risparmiare.

Una convivenza forzata che spesso genera tensioni e conflitti, alimentati da stress, solitudine e disagio sociale. È un contesto fragile, dove la povertà si mescola alla precarietà e il confine tra sopravvivenza e violenza diventa sottile.

Non è il primo episodio di sangue che colpisce la comunità marocchina locale: appena pochi mesi fa, a febbraio 2025, Corigliano Scalo era stata teatro dell’omicidio di Mohamed Sibaa, un giovane di 22 anni ucciso dal connazionale Yassine Ahmed, oggi a processo davanti alla Corte d’Assise di Cosenza.

Due delitti a distanza di pochi mesi che raccontano una stessa realtà: quella di una manodopera invisibile, indispensabile per l’economia agricola calabrese ma spesso abbandonata, costretta a vivere ai margini della società, in condizioni che possono trasformare una semplice discussione in un gesto estremo.

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