Strage di Amendolara, Meloni: «Sconvolti da tanta barbarie». La Procura ferma due caporali: i braccianti bruciati vivi perché chiedevano la paga

esplosione ad amendolara

AMENDOLARA- «I soldi non ce li davano. Ci davano da mangiare, ci davano la casa. Ma i soldi no». C’è una ribellione contro la fame e lo sfruttamento dietro la strage di Amendolara, dove lunedì scorso quattro braccianti agricoli sono stati bruciati vivi all’interno di un minivan. A rivelarlo agli inquirenti è Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, l’unico sopravvissuto all’orrore della stazione di servizio sulla Statale 106. Le sue parole, insieme alle immagini shock della videosorveglianza, hanno permesso alla Procura di Castrovillari e alla Squadra Mobile di Cosenza di stringere il cerchio in meno di 48 ore, portando al fermo di due cittadini pakistani di 31 anni: Safeer Ahmed e Ali Raza.

Le accuse per i due fermati sono pesantissime: omicidio plurimo e pluriaggravato. Un delitto di una «gravità inaudita sia per oggettività che per modalità», come lo ha definito il Procuratore Capo Alessandro D’Alessio in conferenza stampa, lodando l’immediata risposta dello Stato e la straordinaria professionalità degli investigatori, capaci di chiudere il caso in tempi record, quasi come un arresto in flagranza.

Spintoni e sbarre umane: la trappola ripresa dalle telecamere

I dettagli della ricostruzione emersi dai filmati del distributore sono raccapriccianti. Nei video si vedono Ahmed e Raza muoversi freneticamente attorno al minivan con il portellone posteriore aperto. Mentre uno dei due versa la benzina direttamente nell’abitacolo, l’altro fa forza con le braccia sulle portiere laterali, agendo come una sbarra umana per impedire ai ragazzi di uscire. I due si danno il cambio nel fare pressione contro le portiere, fino a quando una fiammata devastante avvolge il mezzo e i killer fuggono a piedi.

Mohammad Taj Alamyar è vivo per miracolo: è riuscito a raggiugere il cofano del mezzo e a scappare, riportando gravi ustioni alle braccia. Le quattro vittime rimaste intrappolate, tutte regolari in Italia, incensurate, sono state identificate grazie ai documenti trovati nella casa di Villapiana: si tratta del pakistano Waseem Khan (29 anni) e di tre ragazzi afghani di etnia pashtun, Amin Fazal Khogiani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27). Erano arrivati in Calabria da poco, dopo un periodo di lavoro in Sardegna.

La pista del caporalato e la «grande mafia del Pakistan»

Il movente ufficiale è ancora al vaglio rigoroso della Procura, ma la pista principale porta dritta alla piaga del caporalato e al controllo della manodopera nei campi di fragole tra la Calabria e la Basilicata. Il testimone chiave ha raccontato una realtà fatta di violenze quotidiane e continue minacce con coltelli e pistole da parte dei due aguzzini. I quattro ragazzi sarebbero stati uccisi per essersi opposti al racket: pretendevano i salari mai versati per le ore passate nei campi e si erano rifiutati di pagare ai due aguzzini l’ulteriore “tassa” pretesa per il trasporto sul luogo di lavoro. Una dinamica che il sopravvissuto ha riassunto con un’espressione netta: la gestione del lavoro nei campi era in mano a una «grande mafia del Pakistan».

La ferocia dell’omicidio ha sollevato una fortissima eco istituzionale. Sulla vicenda è intervenuta direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con un messaggio affidato ai social: «L’orribile omicidio dei quattro braccianti in Calabria ha sconvolto tutti noi. L’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie: è fondamentale fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia». Le indagini intanto proseguono per accertare se dietro i due trentunenni fermati vi sia una rete più estesa legata allo scontro tra gruppi per il controllo dei campi della Sibaritide.

Tag:

Produzione video professionali per privati, aziende ed enti pubblici.