Tarsia, l’omelia del fango. Don Cosimo scuote la politica: «Basta promesse, questa terra va difesa»

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TARSIA – Non è stata una celebrazione come le altre quella dedicata a San Francesco di Paola. In una terra ancora profondamente segnata dall’esondazione del Crati dello scorso febbraio, la liturgia si è spostata dal chiuso delle navate direttamente sulle ferite aperte del territorio. Don Cosimo Galizia, parroco di Tarsia, ha trasformato il fango in altare, pronunciando un’omelia che è stata al contempo un balsamo per l’anima e un durissimo monito per le istituzioni.

Dio abita le ferite

Davanti a una comunità che porta ancora addosso la paura di quella notte in cui l’acqua ha travolto case e ricordi, Don Cosimo ha voluto rintracciare il senso profondo della presenza divina nel dolore. “Dio non ci aspetta lontano dalle ferite, ma dentro le ferite”, ha esordito il parroco, sottolineando come la celebrazione del Santo Patrono, uomo abituato a domare le tempeste, sia il simbolo di un coraggio concreto che non accetta la rassegnazione.

Per Don Cosimo, la fede in questo angolo di Calabria non è un’evasione dalla realtà, ma la forza per restare in piedi quando tutto sembra crollare. Una forza testimoniata da un dettaglio che ha del prodigioso: una statuetta della Madonna rimasta intatta in mezzo al fango e alla distruzione dell’alluvione. “Maria è rimasta. È rimasta come Madre, come presenza silenziosa ma tenace”, ha ricordato il parroco, indicando in quel segno la speranza che non si spegne proprio all’inizio del mese di maggio a Lei dedicato.

L’appello alle istituzioni: «La paura non può essere la normalità»

Ma la preghiera non ha impedito a Don Cosimo di volgere lo sguardo, con fermezza, verso le responsabilità umane. Il parroco ha alzato la voce per farsi portavoce di una comunità che si sente troppo spesso abbandonata dai palazzi del potere.

“A chi ha responsabilità politiche e istituzionali diciamo: non dimenticatevi di questa gente. Non basta ciò che è stato fatto. Serve di più. Serve molto di più”.

L’appello è un grido di giustizia: la messa in sicurezza del territorio e interventi rapidi non sono più opzionali, perché “la dignità delle persone non può aspettare” e le famiglie non possono essere lasciate sole a spalare il fango dell’incertezza. Per Don Cosimo, la sicurezza è un diritto che deve permettere a Tarsia di guardare al futuro senza che il timore della pioggia diventi una tragica consuetudine.

Una comunità che non si arrende

Il messaggio finale è un inno alla resilienza di Tarsia. Celebrando San Francesco, si è celebrata la forza di un popolo che non si arrende alla furia degli elementi né alla lentezza della burocrazia.

“Celebriamo una speranza che, come quella statuetta, resta in piedi anche in mezzo alla tempesta”, ha concluso Don Cosimo, invocando la forza per ricostruire non solo le mura delle case travolte, ma anche quel tessuto di fiducia e solidarietà necessario per ripartire. Tarsia è ferita, ma la voce del suo parroco ricorda a tutti che il fango può coprire le strade, ma non può soffocare il diritto di una comunità a riprendersi il proprio futuro.

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