VACCARIZZO ALBANESE – La lingua di un popolo non si salva chiudendosi nelle aule scolastiche o ingessandola nei manuali di grammatica, ma restituendola al suo habitat naturale: la strada, i vicoli, la socialità spontanea. È questo il segreto dello straordinario successo di “FJASMI ARBËRESH: si fjasmi, ashtu jemi” (Parliamo Arbëresh: come parliamo, così siamo), il progetto sperimentale che ha appena concluso la sua prima sessione a Vaccarizzo Albanese, lasciando dietro di sé un’onda di entusiasmo e profonda commozione in tutta la comunità.
Ideato e curato dal professor Francesco Perri e condiviso con i partner Silvia Tocci, Serafina Greco e Michele Minisci, il progetto ha proposto un cambio di paradigma radicale per frenare il preoccupante declino della lingua italo-albanese, parlata ormai solo dal 20-30% della popolazione locale (contro le percentuali vicine al 100% di qualche decennio fa).
Fuori dalle aule: la lingua torna nelle piazze
Ribattezzatisi significativamente “I Trasmettitori”, i quattro promotori hanno portato i bambini della Scuola Primaria fuori dalle classi, trasformando il borgo e la natura circostante in un’aula a cielo aperto. Il metodo si è basato sulla pura oralità e sul contatto con i “parlanti naturali” del paese: anziani e genitori custodi dell’idioma.
Attraverso un cammino a tappe strutturato in un vero e proprio “Diario di Bordo”, i piccoli hanno appreso la lingua in modo intuitivo:
- 1° Incontro: Presentazione di sé e nomi dei membri della famiglia.
- 2° Incontro: Numeri e colori fondamentali.
- Tappe successive: Parti del corpo, fauna, flora, cibi tradizionali e verbi d’azione, arricchiti da pillole sulla storia della fondazione di Vakarici.
La memorizzazione fonetica è stata stimolata attraverso il ritmo di filastrocche storiche e canti corali tradizionali, come il celebre inno “I bukuri Vakaric” di Cosmo Rocco.
Il “miracolo” sociologico: la trasmissione intergenerazionale invertita
I risultati sul campo hanno superato ogni previsione, innescando un cortocircuito sociologico di straordinaria portata. Una volta rientrati a casa, infatti, i bambini si sono trasformati in “insegnanti” dei propri genitori e nonni.
Questo processo inverso di trasmissione linguistica ha riacceso il motore dell’Arbëresh come lingua dell’affettività domestica, riallacciando un filo generazionale che rischiava di spezzarsi per sempre. Durante le passeggiate nel borgo, inoltre, i piccoli hanno iniziato a interloquire spontaneamente in lingua con gli anziani incontrati per strada.
Una festa di comunità per guardare al futuro
La serata conclusiva ha visto la partecipazione attiva di tutto il paese. I bambini hanno ripercorso i contenuti del loro “Diario di Bordo” davanti a una platea commossa di genitori e nonni, coinvolgendo tutti nella recitazione. Al termine dell’evento, a ogni piccolo custode della lingua è stato consegnato un attestato di partecipazione e una copia del Diario.
La festa si è conclusa con un pic-nic all’aperto e il taglio di una torta celebrativa. Le famiglie, entusiaste dei progressi dei propri figli, hanno già richiesto a gran voce la ripartenza immediata delle attività. Una scommessa vinta che dimostra come l’investimento sulla cultura, sul teatro di comunità e sulla gratuità delle attività sia l’unica strada per far sì che l’Arbëria arrivi viva e vibrante al prossimo secolo.

























