CORIGLIANO ROSSANO- Il fumo dei fuochi si è spento alla rotonda di Santa Lucia, nell’area urbana di Corigliano, ma il fuoco della protesta brucia ancora sotto la cenere. La decisione di smantellare il presidio che per giorni ha tenuto banco sulla Statale 106 non nasce da una resa, bensì dalla stanchezza estrema e dall’amarezza di sentirsi soli. Quando a passare le notti al freddo, esposti alle intemperie e alle tensioni, sono sempre le stesse poche facce, la tenuta viene meno. A pesare più della fatica, tuttavia, è il senso di abbandono e la scarsa solidarietà da parte di una cittadinanza che spesso guarda da lontano, dimenticando che le difficoltà della terra e del mare non appartengono solo a chi le lavora, ma all’intera comunità.
Abbandonare la postazione di Corigliano non significa però abbassare la guardia. Agricoltori e pescatori hanno scelto di riorganizzarsi, spostando le forze per rinforzare i presidi nevralgici della piana, a partire da quello di Sibari. Qui la mobilitazione ha cambiato passo e scala, allargandosi a cerchi concentrici: la Statale è ormai un corridoio di lamiera e tensione, con file interminabili di camion e tir degli autotrasportatori che fanno ala lungo l’arteria. È la rappresentazione plastica di una crisi sistemica che investe a cascata la pesca, l’agricoltura e la logistica, minacciando direttamente il futuro economico di ogni singola famiglia della Sibaritide.
Al centro delle accuse c’è il governo nazionale, ritenuto colpevole di un silenzio assordante e di una colpevole inerzia. Da Roma non sono arrivate le risposte attese per arginare un caro gasolio insostenibile, un macigno che sta divorando i margini di guadagno e soffocando la produzione locale. Chi sostiene l’economia di questo territorio — fondata storicamente sui frutti della terra e sulla pesca — si sente tradito da istituzioni lontane, incapaci di scendere in trincea al fianco di chi produce.
Ciò che ferisce di più gli operatori è la constatazione amara delle dinamiche mediatiche e politiche. “Per fare notizia bisogna essere violenti e vandali, creare disagio, come succede al nord in questi giorni. L’essere civili e rivendicare i propri diritti purtroppo non paga”, denunciano apertamente dal presidio, evidenziando l’indifferenza riservata a una protesta che ha scelto la via della civiltà e del rispetto delle regole.
Nonostante la delusione e la stanchezza, la linea della fermezza non si spezza. La voce della Sibaritide è pronta a valicare i confini regionali per farsi ascoltare dritta nei palazzi della capitale: “Non ci arrenderemo e la nostra voce dovrà arrivare anche a Roma”. Lo scenario economico dipinto da chi vive la crisi sulla propria pelle non lascia spazio a interpretazioni ed è racchiuso in un appello disperato: “Stiamo, economicamente parlando, morendo, non abbiamo futuro”.

























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