CORIGLIANO ROSSANO- Un’operazione di intelligence della Polizia Penitenziaria, finalizzata al contrasto della criminalità tecnologica in cella, è degenerata in un pomeriggio di brutale violenza all’interno della Casa di Reclusione di Rossano. Quella che doveva essere la chiusura di un’indagine mirata si è trasformata in un’aggressione fisica ai danni di chi rappresenta lo Stato: un ispettore e due funzionari della Polizia Penitenziaria sono rimasti feriti dopo essere stati assaliti da un detenuto. L’uomo, sorpreso in possesso di uno smartphone di ultima generazione, ha reagito con ferocia al sequestro del dispositivo, colpendo ripetutamente gli operatori impegnati nelle funzioni di Polizia Giudiziaria.
L’episodio, denunciato con forza dal sindacato AL.Si.P.Pe., riaccende i riflettori su una crisi che l’organizzazione definisce ormai cronica. Il segretario locale Simone Colapietro ha descritto l’accaduto come un vero e proprio «bollettino di guerra», manifestando sdegno per un sistema che sembra incapace di garantire l’incolumità dei propri agenti. Questa nuova ondata di violenza non giunge come un fulmine a ciel sereno: appena pochi giorni fa, il 7 maggio 2026 , il sindacato aveva ufficializzato un sollecito al Provveditorato regionale della Calabria denunciando una situazione di «estrema precarietà operativa». La mancata risposta a quelle istanze, lamentata formalmente nella nota protocollo 015, sembra oggi tradursi in una pericolosa vulnerabilità per il personale in servizio.
Secondo il segretario regionale Roger Durante, la presenza di apparati di comunicazione illegali rappresenta un moltiplicatore di pericolosità sociale. Non si tratta solo di chiamate ai familiari, ma di strumenti utilizzati dai detenuti per coordinare traffici illeciti, impartire ordini all’esterno o celebrare la propria affiliazione criminale sui canali social, in aperta sfida all’articolo 391-ter del Codice Penale. L’aggressione subita dai tre agenti, a cui è andata la solidarietà dell’intero corpo, conferma l’urgenza di un intervento strutturale che superi quel silenzio amministrativo giudicato «lesivo» delle corrette relazioni sindacali. La richiesta è chiara: lo Stato deve tornare a far sentire la propria presenza, evitando che gli uomini e le donne della Penitenziaria siano lasciati soli a gestire una deriva di prevaricazione sempre più imprevedibile

























