PADOVA/CORIGLIANO-ROSSANO – Si è spenta all’alba, nel silenzio di una cella del carcere “Due Palazzi” di Padova, l’esistenza di Pietro Giovanni Marinaro. Il settantaquattrenne, per decenni vertice strategico della criminalità organizzata coriglianese/sibarita, avrebbe scelto il gesto estremo proprio nel giorno in cui era previsto il suo trasferimento in un altro istituto penitenziario. Un epilogo tragico che mette la parola fine alla parabola di uno degli ultimi testimoni della sanguinosa stagione che ridisegnò i confini mafiosi del Nord Calabria.
L’ombra del Padrino e la guerra contro il “Modello Cutolo”
Per comprendere chi fosse Pietro Marinaro, bisogna tornare ai primi anni ’90, quando la Piana di Sibari divenne il teatro di uno scontro epocale. Marinaro non era un soldato qualunque: era l’alter ego, il “numero due” di Santo Carelli, il boss che ebbe l’ardire (e la forza militare) di sfidare e annientare l’egemonia di don Peppino Cirillo.
Mentre Cirillo tentava di importare in Calabria il modello della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, il duo Carelli-Marinaro rispondeva con la ferocia della ‘ndrangheta autoctona. Marinaro fu il braccio operativo di quella vittoria, partecipando alle esecuzioni che segnarono il passaggio del potere: l’omicidio di Mario Mirabile (1990) e quello dell’imprenditore Gino Lanzillotta (1993). Delitti che gli valsero il “fine pena mai”, l’ergastolo ostativo che lo ha tenuto dietro le sbarre ininterrottamente per ventotto anni.
Dalla latitanza a Francoforte al carcere duro
La sua carriera criminale subì il colpo d’arresto definitivo nell’aprile del 1998. Marinaro, che aveva cercato rifugio all’estero, fu catturato a Francoforte sul Meno, in Germania, dai reparti speciali. Da allora è iniziato un lungo peregrinare per le carceri italiane: da Ascoli Piceno a Rebibbia, passando per il duro regime del 41-bis, revocato solo in anni recenti.
Dalle indagini dell’epoca emerse la figura di un uomo capace di gestire il “repulisti” interno al clan (come nel caso dell’omicidio di Giovanni Viteritti, ‘U pazzu), mantenendo un controllo ferreo sul territorio anche durante la transizione del “locale” di ‘ndrangheta da Sibari a Corigliano.
L’ultimo atto: tra cucito e isolamento
Chi lo ha incrociato negli ultimi anni a Padova parla di un uomo trasformato, almeno in apparenza. Marinaro frequentava il laboratorio di cucito del carcere, descritto dai responsabili come un detenuto “molto riservato”. Eppure, dietro quella maschera di sobrietà artigianale, covava probabilmente il peso di una condanna senza appello e il disagio per l’ennesimo trasferimento forzato dovuto alla chiusura della Sezione Alta Sicurezza 1.
La sua morte, avvenuta poche ore prima di lasciare Padova, appare come l’ultimo atto di ribellione di un uomo che, dopo aver dominato le dinamiche di vita e di morte della Sibaritide, ha deciso di riprendersi il potere sull’unico destino rimastogli: il proprio. La magistratura ha disposto l’autopsia, ma il quadro sembra chiaro: con Marinaro scompare un archivio vivente di segreti di una ‘ndrangheta che non esiste più, sostituita da nuove e altrettanto feroci leve.




















