Operazione Ginestra: domiciliari per il sindaco Flavio Stasi e Pietro Lucisano tra intercettazioni, patti elettorali e l’ombra del clan

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CATANZARO — Un imponente asse criminale che tiene sotto scacco la piana di Sibari, tra estorsioni mafiose, summit nei bar, pizzo sui grandi appalti industriali e il terrore costante delle microspie. È questo lo spaccato che emerge dall’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale di Catanzaro, coordinata dalla DDA, che smembra i clan operativi tra Corigliano e Rossano. Tra le pagine del corposo provvedimento, che ricostruisce decenni di dinamiche mafiose, spuntano i nomi di Flavio Stasi (attuale sindaco di Corigliano-Rossano) e di Pietro Lucisano, inseriti nell’elenco dei soggetti indagati all’interno di un’articolazione criminale radicata e ramificata.

Le accuse ipotizzate per Stasi e Lucisano

Nell’articolato impianto accusatorio della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, i nomi di Flavio Stasi (indagato al numero 43 dell’ordinanza) e di Pietro Lucisano (indagato al numero 44) compaiono all’interno delle contestazioni relative al contesto associativo e ai rapporti di infiltrazione territoriale. Le ipotesi di reato vagliate dagli inquirenti ruotano attorno al concorso e ai rapporti con il sodalizio ‘ndranghetistico operante nell’area urbana di Rossano e nei comuni limitrofi, un sistema in cui la pressione estorsiva, il controllo del territorio e la capacità di condizionare il tessuto economico e amministrativo locale si muovono attraverso una fitta rete di contatti e zone d’ombra.

Il pentito Nicola Acri: l’ascesa della cosca e i ruoli di vertice

A delineare la mappa criminale della cosca rossanese è il collaboratore di giustizia Nicola Acri, storico capo dell’articolazione di Rossano, il quale ha deciso di saltare il fosso nel maggio del 2021. Acri, che in gioventù scalò i vertici della ‘ndrangheta locale ottenendo l’investitura dai clan di Cassano allo Ionio (gli “zingari” della cosca Pepe-Abbruzzi) e dai poderosi cirotani dei Farao-Marincola, ha svelato l’organigramma e le strategie del gruppo.

Nei verbali depositati agli atti, Acri spiega come la cosca si sia mossa per anni nel controllo delle estorsioni agli imprenditori agricoli (i cosiddetti “giardini” di agrumi protetti da guardianie imposte dalla malavita) e nel lucroso traffico di stupefacenti. Secondo i racconti del pentito, pur essendo detenuto dal 2010, i canali di comunicazione e le gerarchie interne sono rimasti solidi, basati sulla cassa comune (“bacinella”) e sulla rigorosa spartizione dei proventi illeciti.

Le rivelazioni di Ciro Nigro e le intercettazioni ambientali

A corroborare il quadro accusatorio ci sono anche le dichiarazioni di Ciro Nigro, ex uomo di punta del clan di Corigliano, e del recente collaboratore Gaetano Aloe (figlio dello storico boss di Cirò Nick Aloe). Aloe, in particolare, ha svelato l’esistenza di un vero e proprio registro contabile (“il foglio”) sequestrato dai Carabinieri e poi tornato nella disponibilità dei clan, in cui venivano minuziosamente annotate entrate e uscite della bacinella mafiosa, inclusi i debiti legati alla droga e il mantenimento delle famiglie dei detenuti (con cifre che oscillavano tra i 1.000 e i 7.000 euro).

Le intercettazioni ambientali e le microspie piazzate dai ROS dei Carabinieri restituiscono il clima di forte tensione vissuto dagli indagati all’indomani del pentimento di Nicola Acri. Nelle registrazioni captate all’interno delle concessionarie d’auto e nei bar di Rossano (come il Vanity Caffè e il Bar Guetos), gli affiliati commentano con terrore l’arrivo imminente dei blitz della DDA allora guidata da Nicola Gratteri: “Quando parla il capo tuo… è un anno e qualcosa… i ROS sono a questo giro”, si intercettano preoccupati i sodali, consapevoli che le rivelazioni del loro ex capo avrebbero scardinato anni di impunità.

La paura delle cimici e la caccia alle microspie

L’ordinanza descrive nei dettagli la psicosi del clan di fronte all’attività investigativa. Gli indagati, guidati da figure di spicco come Salvatore Galluzzi e Francesco Sommario, passavano regolarmente al setaccio le proprie autovetture (Mercedes, Nissan Qashqai, Fiat Panda) alla ricerca di localizzatori GPS e microspie, servendosi di scanner di frequenze e arrivando a smontare i tetti e i paraurti dei veicoli. Quando, nel aprile del 2022, venne scoperta una telecamera nascosta nel dehors del Vanity Caffè, il panico fu totale, con riunioni in cui si ipotizzava di oscurarla con vernice spray o scotch nero per eludere gli “occhi” della Procura di Catanzaro.

Il controllo economico e le ingerenze nei cantieri Enel

Le indagini non si sono limitate ai reati fine e alla mappa associativa, ma hanno documentato la forte capacità di penetrazione dei clan nell’economia legale. Particolare rilievo assumono i capitoli investigativi dedicati alle ingerenze nelle assunzioni all’interno dei cantieri della Centrale Enel di Rossano. Attraverso pressioni sindacali e la minaccia di bloccare i cancelli o di inscenare proteste eclatanti, il clan sarebbe riuscito a imporre l’assunzione di soggetti vicini all’organizzazione mafiosa, piegando le regole degli appalti e dei subappalti alle esigenze di controllo del territorio.

Un quadro investigativo complesso e per certi versi claustrofobico, fatto di intimidazioni silenziose, pizzo imposto agli imprenditori, summit protetti e tentativi disperati di bonificare le auto dalle cimici dello Stato, su cui ora la giustizia farà luce nelle sedi dibattimentali.

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