Strage di Amendolara, Belmonte e Mons. Savino: «Basta schiavitù e caporalato nelle campagne»

AMENDOLARA- L’orrore consumatosi lungo la Statale Jonica 106, dove quattro giovani braccianti – Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad, Amin Fazal Khogjani e Waseem Khan – sono stati barbaramente uccisi e dati alle fiamme per aver rivendicato il diritto al proprio salario, continua a sollevare una fortissima ondata di indignazione. Di fronte a questo dramma, l’Osservatorio Regionale sulle Nuove Povertà ha rotto il silenzio per chiedere uno spartiacque politico, sociale e civile non più rimandabile. La tragedia, secondo l’organismo di monitoraggio, non può essere derubricata a incidente isolato, ma rappresenta la manifestazione più feroce di un sistema di caporalato strutturale che flagella i distretti agricoli calabresi, dalla Sibaritide alla Piana di Rosarno, riducendo il lavoro a una forma contemporanea di schiavitù fatta di salari da fame, alloggi degradati e costanti ricatti.

Il direttore dell’Osservatorio Regionale, Belmonte, ha lanciato un duro atto di accusa partendo dalle drammatiche testimonianze dei superstiti. Il direttore ha sottolineato come la regione si trovi di fronte alla punta di un iceberg che coinvolge troppi lavoratori invisibili, sfruttati da organizzazioni criminali vecchie e nuove. Nel suo accorato appello, Belmonte ha espresso un profondo grido di dolore, dissenso e indignazione, chiedendo con forza che in Calabria non ci sia più spazio per il caporalato, per i ricatti legati al bisogno o per la vergogna delle mancate retribuzioni, ribadendo che il lavoro deve significare dignità e vita, e che non saranno più tollerate simili stragi.

Alle parole dell’Osservatorio hanno fatto eco quelle, durissime, di Monsignor Francesco Savino, Vescovo di Cassano allo Jonio e Vicepresidente della CEI, intervenuto sulle colonne di Famiglia Cristiana. Il presule ha invocato una sola parola, definita nuda, cristiana e civile: basta. Savino ha evidenziato come sia stato raschiato il fondo e come non sia possibile tollerare che persone impoverite vengano consumate nel fuoco della violenza e dell’abbandono. Il Vescovo ha richiamato la politica alle proprie responsabilità storiche, chiedendo alle istituzioni di essere presenti nelle sacche di precarietà prima che scorra il sangue, vigilando sui luoghi di reclutamento, sulle filiere, sulle campagne e sui trasporti opachi, ricordando che davanti a questi corpi bruciati i cristiani non possono restare indifferenti.

L’analisi dell’Osservatorio si è poi spostata sulle criticità del sistema ispettivo e sanzionatorio italiano, giudicato drammaticamente fallimentare poiché esclusivamente reattivo ed emergenziale, tracciando un parallelo con i drammatici casi di Faton Schiavon in Veneto e di Satnam Singh nel Lazio avvenuti nel 2024. Le piaghe principali del sistema vengono individuate nella carenza cronica di organico dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nella frammentazione dei controlli tra troppi enti non coordinati e in sanzioni amministrative irrisorie che rendono l’irregolarità un rischio calcolato ed economicamente vantaggioso per le aziende scorrette.

Per superare questa condizione, l’Osservatorio Regionale sulle Nuove Povertà, in piena sintonia con la Chiesa e sposando il principio della sussidiarietà circolare per unire associazioni, parrocchie e cittadini, ha indirizzato precise richieste alle istituzioni. Si chiede un potenziamento strutturale e permanente dei controlli sul territorio da parte dell’Ispettorato e delle Forze dell’Ordine, insieme a una profonda revisione del sistema sanzionatorio che renda la violazione dei contratti e della sicurezza economicamente punitiva per le imprese. Infine, viene sollecitata una riforma normativa sull’inclusione che introduca un permesso di soggiorno per attesa occupazione, uno strumento ritenuto fondamentale per sottrarre all’invisibilità e al ricatto della criminalità organizzata tutti quei lavoratori migranti che subiscono la scadenza dei contratti legati ai decreti flussi.

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