Grandi ospedali, il “modello Sibari” scuote la Calabria: «Vibo e Gioia Tauro restano fermi»

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CORIGLIANO ROSSANO- Tre ospedali, vent’anni di ritardi accumulati, milioni di euro immobilizzati e una popolazione costretta a convivere con servizi sanitari ridotti all’osso. La fotografia dell’edilizia sanitaria in Calabria è per lunghi tratti desolante, ma oggi uno dei tre storici “cantieri fantasma” rompe lo schema e si candida a diventare un modello di gestione esportabile. È questo il fulcro dell’analisi di Domenico Gerardo Petrone, super manager e Project Manager dell’Ospedale della Sibaritide, che traccia una linea di netta demarcazione tra l’opera da lui guidata e i cronici stalli che continuano a interessare i progetti gemelli di Vibo Valentia e della Piana di Gioia Tauro.

La svolta dopo vent’anni di limbo

Nati sotto le stesse promesse politiche e naufragati per due decenni nel medesimo limbo fatto di burocrazia e rinvii, i tre presidi sanitari calabresi hanno avuto destini diversi negli ultimi quattro anni. Mentre Vibo e Gioia Tauro appaiono ancora al palo, il cantiere della Sibaritide ha subito un’accelerazione che fino a poco tempo fa sembrava impensabile, arrivando ormai a un passo dal completamento strutturale. Un risultato ottenuto superando anche eventi eccezionali e ostacoli extratecnici, come i numerosi incendi dolosi che hanno colpito l’area del cantiere nel corso dell’ultimo anno.

Dietro questa inversione di tendenza c’è una precisa impostazione metodologica. «Quando sono arrivato – ha spiegato Petrone analizzando il lavoro svolto – la vera sfida non era di natura tecnica, ma squisitamente organizzativa. Serviva rimettere in moto una macchina completamente ferma, ristabilire responsabilità chiare e fissare tempi certi». Secondo il manager, la storia recente dimostra che in Calabria i cantieri non si bloccano per l’ingegneria complessa, ma per l’assenza di una governance autorevole: «Il problema non era costruire, ma decidere e organizzare».

L’affondo politico

Se un’opera paralizzata per vent’anni può essere rilanciata e quasi ultimata in meno di 48 mesi, il nodo diventa inevitabilmente politico. Dal successo della Sibaritide scaturisce un interrogativo diretto ai vertici regionali e nazionali: perché lo stesso approccio non viene applicato a Vibo Valentia e nella Piana di Gioia Tauro? Di fronte a un modello gestionale che ha dimostrato sul campo di funzionare, il rischio è che il mancato intervento non sia più dettato da incapacità, ma da una precisa mancanza di volontà politica.

La gestione commissariale e la politica regionale si trovano oggi davanti a un bivio: continuare a rincorrere le emergenze o adottare soluzioni strutturali già testate. Il “caso Sibari” dimostra che una guida tecnica forte, autonoma e responsabile è in grado di ribaltare anche i contesti più compromessi.

L’ipotesi di una regia unica

La sfida, a questo punto, si sposta sul piano delle scelte strategiche. In contesti aziendali o in realtà istituzionali votate all’efficienza, la strada più lineare sarebbe quella di estendere il modello di successo, affidando il coordinamento degli interventi più complessi dell’intera regione a chi ha già dimostrato di saper sbloccare le opere.

È proprio su questo passaggio che si misurerà la credibilità della governance calabrese nei prossimi mesi. Senza una regia unica e centralizzata, dotata dei poteri necessari per superare le pastoie burocratiche, il rischio concreto è che ogni singolo cantiere continui a muoversi con tempi e logiche differenti, replicando all’infinito i disastri del passato. Vibo Valentia e la Piana di Gioia Tauro non possono permettersi altri dieci anni di attesa. Per Petrone il tempo delle giustificazioni è scaduto: ogni ulteriore ritardo, da oggi in poi, non sarà un incidente di percorso, ma una scelta ben precisa.

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