CORIGLIANO-ROSSANO – Costruire una grande opera pubblica nel Mezzogiorno d’Italia significa talvolta fare i conti con dinamiche oscure che esulano dai calcoli ingegneristici e dai computi metrici. Il cantiere dell’ospedale unico della Sibaritide, nel corso dell’ultimo anno, è diventato il palcoscenico di una sequenza inquietante di eventi dolosi che hanno sollevato pesanti interrogativi sulla sicurezza dei luoghi, sulla vulnerabilità delle grandi infrastrutture e sulla presenza di pressioni esterne all’ombra del più importante investimento sanitario della provincia di Cosenza. Ben sette incendi in dodici mesi hanno colpito diverse aree del perimetro di costruzione, costringendo gli organi inquirenti a stringere il cerchio delle indagini e obbligando l’azienda a ridisegnare i protocolli di vigilanza per difendere non solo le strutture, ma la stessa serenità dei lavoratori.
Il retroscena di quei mesi drammatici emerge oggi nella sua crudezza dalle parole del project manager Domenico Gerardo Petrone, che analizza l’accaduto non solo sotto il profilo dei danni materiali, ma soprattutto per l’impatto emotivo che questa strategia del terrore ha esercitato sulle maestranze, sui tecnici e sull’intera filiera produttiva. «Sostanzialmente il rischio principale che abbiamo attraversato e superato con la crisi degli incendi era quello del disastro psicologico», rivela l’ingegnere Petrone, ripercorrendo la tensione vissuta all’interno dei blocchi edilizi. «Oggi posso raccontare tutto questo con lucidità e distacco, ma i primi e più gravi danni li abbiamo subiti noi come persone e come addetti ai lavori. È stato qualcosa di assolutamente scioccante: pensare di vivere in un Paese democratico, all’interno di una società civile, e scoprirsi improvvisamente bersagli di una simile violenza durante la costruzione di un ospedale, ovvero di un bene pubblico destinato alla cura della salute di tutti, è un fatto che lascia traumatizzati».
L’obiettivo di una simile strategia, secondo quanto traspare dall’analisi interna, era probabilmente quello di provocare il blocco dei lavori, l’abbandono del cantiere o un cedimento logistico dell’impresa. Nonostante i danni materiali evidenti alle strutture e agli impianti – che la direzione tecnica assicura essere stati interamente ripristinati e bonificati – la reazione della comunità del cantiere ha ribaltato gli effetti attesi dagli autori dei raid incendiari. La pressione esterna ha finito per cementare i rapporti professionali e personali, trasformando un gruppo di lavoratori in un fronte coeso.
«Noi abbiamo fatto la differenza proprio in quel momento critico – prosegue il project manager nella sua dolorosa ma orgogliosa ricostruzione – perché dal dolore e dalla paura che abbiamo veramente sofferto non ci siamo lasciati abbattere. Al contrario, abbiamo fatto quadrato, stringendoci ancora di più come gruppo. Ci siamo uniti e siamo rimasti vicini, e questo non ha riguardato solo i dipendenti diretti della ditta D’Agostino, ma il personale di tutte le aziende subappaltatrici presenti nel cantiere, i tecnici e persino i nostri fornitori che si trovano a centinaia di chilometri di distanza e che qui non sono mai venuti fisicamente, ma che hanno espresso la massima solidarietà. Di fronte a sette incendi in un anno siamo sempre ripartiti la mattina successiva, più determinati di prima. Se avessero pensato di fermarci, hanno ottenuto l’effetto opposto».

























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